In questa pagina troverete, per ogni mese, uno spunto di visita alla città di Udine o al territorio del Friuli. Verranno suggeriti monumenti o luoghi volutamente non celebri proprio per aiutare i nostri ospiti a scoprire il Friuli meno scontato e sorprendente.
MAGGIO
GROTTE DI PRADIS La conformazione del terreno di origine carsica e l’azione corrosiva dell’acqua portata dal torrente Cosa hanno prodotto nel comune di Clauzetto (PN) una spettacolare rappresentazione naturale. Le grotte verdi furono esplorate per la prima volta alla metà del 1900 ma furono, un tempo, rifugio di uomini e animali preistorici. Al suo interno, infatti, sono stati ritrovati numerosi fossili, reperti di selce e cocci di vasellame. L'orrido è un canalone a pareti aspre ed erte, creato dalla forza erosiva del torrente. E’ stato intitolato a Don Giacomo Bianchini che nel 1921 scrisse una poesia esaltando la bellezza del posto e anticipando lo sviluppo futuro. La più grande delle tre cavità è la Grotta della Madonna un ampio salone che è stato adibito a spazio per celebrazioni liturgiche. Nel 1968 LA grotta è stata denominata Tempio Nazionale degli speleologi e da allora ogni anno si tengono celebrazioni che richiamano numerosi partecipanti. Nella caverna adiacente vi e’ un posto di ristoro funzionante prevalentemente durante la stagione estiva. Scendendo 207 scalini si arriva al fondo dell’orrido e attraverso un ponticello si giunge ad un crocefisso opera del M.tro Gatto di Treviso. Nei dintorni sono raggiungibili attraverso dei ponticelli la cascata creata dalle acque del Rio Mola e osservare la forra, gola stretta e ripida dovuta a erosione sul fondo della quale scorre un corso d'acqua. Per maggiori informazioni: Sito di promozione turistica Val D’Arzino
IL BORGO DI VALVASONE Sulla riva destra del fiume Tagliamento, nella media pianura friulana, sorge Valvasone; un paese piccolo, ricco però di memorie storiche e iniziative culturali e sociali. Le origini di Valvasone sono antichissime: leggende ritrovamenti archeologici documentano la presenza di insediamenti di epoca romana e il passaggio, in quest’area, di importanti strade. Datazioni certe risalgono però solo all’immediato periodo successivo al mille, in documenti di investitura patriarcale. Il Centro Storico, circondato dalla roggia, raccoglie oltre al Castello, anche altri importanti edifici, tra questi il Duomo, la Chiesa dei Santi Pietro e Paolo e Antonio Abate, l’ex Chiesa di San Giacomo ora Ufficio Turistico e l’antico ex Convento prima dei Serviti e poi dei Domenicani ora centro di attività parrocchiali. IL CASTELLO L’attuale struttura è quella rinascimentale, conserva camere con stucchi e affreschi del XIV sec. e un teatrino del ‘700. Centro storico con case porticate e antiche abitazioni medioevali e rinascimentali. Piazza rinascimentale, antico mulino ad acqua del 400 con ruota, calli, meridiane e pozzi. Casa Fortuni rinascimentale con pozzo del ‘300 e palazzo del Conte Eugenio. Antico Convento dei Frati serviti del 1400 (ora Canonica) con chiostro e brolo.
Duomo è della fine del 400 con rimaneggiamenti neo-gotici. All’interno si trova l'unico organo del ‘500 veneziano esistente in Italia a portelle dipinte dal Pordenone e dall’Amalteo; reliquia eucaristica della Sacra Tovaglia del 1294 o 1394. Chiesa di S. Pietro con affreschi del sec. XIV e XV. Parco fluviale del Tagliamento con laghetto artificiale. Parco storico urbano “Pinni” annesso al castello.
DICEMBRE
CHIESA DI S. ANDREA APOSTOLO - GRIIS DI BICINICCO L'edificio, quattrocentesco nell'aspetto ma di origine romanica, presenta esternamente una semplice facciata a capanna con sovrapposto campaniletto a bifora ricostruito nel 1933. Sì sviluppa su una pianta rettangolare con abside poligonale a cui si aggiunge la sagrestia. La chiesa conserva al proprio interno un ciclo pittorico molto importante, ottimamente conservato grazie alle operazioni dì intonacatura secentesca operate a censura di alcune immagini all'epoca ritenute oscene. Essa appare totalmente affrescata nel coro, nelle navate, nella parete interna della facciata con le Storie di vita di S. Andrea, il Ciclo di Noè, il Paradiso, e l'Inferno e le Scene dell'Antico e Nuovo Testamento. Le pitture, rappresentanti l'unico esempio di Biblia Pauperum di grande ampiezza conservato in regione, risalgono al 1531 e si devono verosimilmente alla mano dei veneziani Gaspare e Arsenio Negro.
NOVEMBRE
Ospizio e Chiesa di San Giovanni di Gerusalemme a San Tomaso di Majano A partire dal I e II secolo dopo il mille, sorsero anche in Friuli celebri ospizi per mercanti e Romei ad opera delle istituzioni ospedaliere impiantate lungo la via di Allemagna dai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme, dai Cavalieri Teutonici, dai Cavalieri di Santo Spirito di Sassia ed altri. Sulla San Daniele-Latisana ebbe tale origine anche l'ospizio di San Giovanni di Gerusalemme a San Tommaso di Majano nel 1199. Artuico di Varmo, dotato di numerosi beni feudali in San Daniele e sue pertinenze, lui pure Cavaliere della religione di San Giovanni di Gerusalemme, donava i suoi beni posti nelle ville di San Tomaso, Susans, Comerzo e Tiveriacco a detta religione, per istituire un ospizio per i pellegrini. L’atto di nascita di tale ospizio, come risulta da una pergamena esistente della biblioteca comunale Joppi di Udine, è l'unico atto costitutivo sui vari ospedali di San Giovanni di Gerusalemme sorti in Friuli, che si conosca. Era chiaro lo scopo a cui doveva servire l'istituzione: Artuico la voleva a rimedio dell'anima sua e dei suoi genitori destinandola ad onore di Dio e della Beata Vergine per l'utilità dei poveri. Non ci è dato sapere con certezza quale fosse specificatamente l'attività dell'ospizio di San Tomaso, neppure per analogia con altri, nè quale fosse il compito specifico di quei personaggi che pure appaiono nei documenti. Certamente c'è sempre un priore che segue in proprio, per almeno 400 anni l'istituzione, che poi verrà concessa in Commenda e c'è sempre un Amministratore, al quale spetta controllare i lavori, riscuotere le affittanze e i censi e pagare gli oneri di gestione. Se l'istruzione era prevalentemente caritativa, doveva essere garantito un minimo di servizio di cucina, di camera e di stallo per gli animali; così pure ci doveva essere un magazziniere ed un vivandiere. Il complesso aveva anche carattere difensivo e a ciò provvedevano i villici, guidati da qualche esperto. Certamente l'ospizio godeva dei diritto di asilo, visto che il Priore aveva diritto di giurisdizione feudale, come appare da diversi documenti. E’ probabile invece che la locanda annessa all'istituzione non godesse di tali diritti. A seconda delle epoche diversi furono gli amministratori del complesso: si ha notizia di un frate Ruffino della Porta chiamato "precettore di San Giovanni" del 1311; nel 1314 a Fra Ruffino succedeva Frate Odorico mentre nel 1326 governava l'ospizio Fra Tomaso e dal 1333 al 1381 Frate Rodolfo di Parma. Costui è un personaggio importante nella storia della Commenda e della chiesa perchè sotto di lui, fra il 1340 e il 1350, fu decorata ed affrescata, sia esternamente che internamente, la chiesa da quel Nicolò da Gemona che lavorò nelle chiese gemonesi e nel duomo di Venzone seguendo lo stile di Giotto. La cosa migliore che attualmente ci resta della gloriosa istituzione dei Cavalieri di Gerusalemrne è proprio la Chiesa di San Giovanni Battista nel centro di San Tomaso, vero cimelio della storia e dell'arte. Purtroppo i terremoti del 1976 hanno infierito duramente anche contro questo vetusto edificio sacro, le strutture murarie però sono state consolidate e gli affreschi, rimessi in luce dopo quattro secoli, sono stati restaurati. Mancano le suppellettili sacre ed i magnifici altari ricoverati altrove, in attesa di restauro e sistemazone adeguati.
OTTOBRE
Museo della vita contadina Cjase Cocel Fagagna
La casa, un’antica abitazione rurale risalente in alcune sue parti al 1600, presenta la vita quotidiana e il lavoro contadino friulani di un’epoca che va dalla fine dell'Ottocento fino agli anni cinquanta circa del Novecento, prima cioè dei grandi cambiamenti avvenuti dagli anni sessanta in poi. Il nome, Cjase Cocèl, è riferito alla famiglia Chiarvesio, (soprannome Cocèl) che per lunghi anni vi ha abitato. Il visitatore trova una casa viva con i suoi ambienti: la cucina, le camere, la cantina, il granaio, l’aia, la stanza da lavoro e persone che eseguono le varie lavorazioni con antichi attrezzi: il cestaio (zeâr), il fabbro (fari), il mugnaio (mulinâr), l’arrotino (gue), la donna che fila la lana (filandere) e le merlettaie. Legate all’economia familiare sono le attività riguardanti l’abbigliamento, specialmente femminile: dalle varie fibre tessili al telaio per la tessitura. In questo settore si inserisce l’attività del merletto a tombolo, peculiarità fagagnese. Dell’antica scuola è stata ricostruita l’aula, ne è documentata la storia con fotografie, corrispondenza, attestati, diplomi, campionari. Con particolare cura è stato realizzato, a fianco della casa un piccolo podere, nel quale sono piantumati il viale centrale di gelsi (necessari per l’allevamento del baco da seta), sei filari di viti con i vitigni consueti della viticoltura friulana e vari tipi di ortaggi. Completano il compendio della casa friulana le strutture che ospitano attività connesse con l’attività agricola: la trebbia (trebie), il mulino (mulin) e la fucina (farie).
Il complesso monumentale di Villa de Claricini Dornpacher è posto ai margini dell'abitato di Bottenicco, piccolo borgo rurale del Cividalese a pochi kilometri da Udine. I conti Claricini, trasferitisi a Cividale verso il 1260, acquisirono rapidamente influenza politica e ricchezza fino ad ottenere nel 1368 l'investitura di beni feudali da parte dell'imperatore Carlo IV. La famiglia annovera vari letterati, tra cui giova ricordare Nicolò che nel 1466 finì di trascrivere un codice della Divina Commedia, il più antico scritto in Friuli. Essi furono protettori di artisti e musicisti tra cui Candotti, maestro di Tomadini.
La Fondazione de Claricini è stata istituita nel 1971 per volontà testamentaria della contessa Giuditta de Claricini. La realizzazione della villa è ascritta al secolo XVII.
Il complesso monumentale di Villa de Claricini Dornpacher è posto ai margini dell'abitato di Bottenicco, piccolo borgo rurale del Cividalese.
I conti Claricini, trasferitisi a Cividale verso il 1260, acquisirono rapidamente influenza politica e ricchezza fino ad ottenere nel 1368 l'investitura di beni feudali da parte dell'imperatore Carlo IV. La famiglia annovera vari letterati, tra cui giova ricordare Nicolò che nel 1466 finì di trascrivere un codice della Divina Commedia, il più antico scritto in Friuli. Essi furono protettori di artisti e musicisti tra cui Candotti, maestro di Tomadini.
La Fondazione de Claricini è stata istituita nel 1971 per volontà testamentaria della contessa Giuditta de Claricini. La realizzazione della villa è ascritta al secolo XVII.
Il cortile d'onore, con pozzo centrale, prelude alla residenza. L'area è suddivisa da due sentieri che spartiscono lo spazio a verde, ornato con arbusti di bosso. Sulla sinistra si trova la cappella gentilizia di S. Croce, recentemente riportata agli antichi splendori.
Nel giardino all'italiana, un pavimento di pietra, scandito ai margini da vasi di limoni, divide simmetriche aree verdi, arricchite da fontane e statue.
Una balaustra separa il guardino dal parco formato da gruppi di essenze, alcuni delle quali secolari, come faggi, cedri, pini neri, pioppi e lecci. In asse con la villa, verso sud, si apre un viale di cipressi che porta verso la strada Moimacco-Cividale
Giornate di apertura Estate 2011Dalle 9,30 alle 12,00 ogni prima domenica del mese, da Maggio a Ottobre, verranno organizzate visite guidate all'interno della villa. Prossima visita il 2 ottobre
Pesariis Il Paese degli Orologi Pesariis è l'ultima frazione della Val Pesarina (nota anche come Canale di San Canciano), una valle stretta in cui i vari insediamenti sono posti in modo lineare lungo il versante soleggiato del torrente e la strada di collegamento con il Cadore, che si biforca anche verso Sauris.
Nell'agglomerato, il quale si presenta in modo compatto per non sottrarre terreno fertile destinato alla coltivazione, gli edifici sono organizzati attorno a due poli principali: - il nucleo della Pesa, dove le case presentano un fronte unico e continuo; - il borgo Chiaciut, adiacente al fiume, è, probabilmente, il più antico, qui troviamo anche la chiesa ed il cimitero.
I due poli si distinguono per le loro diverse funzioni, infatti, il primo, situato lungo le maggiori vie di comunicazione, era il centro destinato al commercio ed agli affari; mentre il borgo Chiaciut è di dimensioni più contenute sia per la sua posizione marginale sia per la mancanza di soleggiamento di questa zona, essendo un'area legata alle attività agricole esso si presenta con una conformazione diversa.
La prima immagine di Pesariis si trova in un affresco della chiesa di Osais risalente al 1506, dove sono raffigurati due paesi, Osais e Pesariis, posti sulla riva sinistra di un fiume e separati da un profondo avvallamento che coincide con il torrente Fuina.
La disposizione planimetrica del villaggio dipinto ricorda i caseggiati attuali mentre la torre che si può vedere all'interno delle mura corrisponde alla torre dell'orologio il cui basamento risale al XIV-XV secolo.
La vocazione orologiera della villa di Pesariis venne ufficialmente sancita nel 1725, anno di fondazione dello stabilimento dei Solari. Ma già precedentemente, si presume dalla seconda metà del XVII sec., in molte case veniva costruito un tipo di orologio da parete robusto e tecnicamente evoluto. Le ipotesi circa le origini dell'orologeria pesarina formulate fino ad ora sono sostanzialmente due: la prima fa riferimento ad una figura romanzesca, un pirata genovese di cognome Solari, che si sarebbe rifugiato a Pesariis, dedicandosi poi con successo alla produzione di orologi ed espandendo la sua attività fino alla fondazione della fabbrica. La seconda spiegazione si rifà invece ai movimenti migratori del XVII secolo ed al fenomeno dei cramârs che, nella zona settentrionale della Carnia si erano specializzati nel commercio di stoffe e droghe (spezie) la cui destinazione erano "las Germanias". Secondo questa ipotesi, è plausibile che qualche pesarino dedito al commercio ambulante, abbia visto ed appreso nelle Germanie - in particolare, nei villaggi della Foresta Nera - i segreti della meccanica dell'orologeria che in quei paesi era già molto sviluppata. A prescindere dalle possibili ipotesi che, in mancanza di testimonianze scritte restano tali, a partire dalla seconda metà del 600, nelle case di Pesariis cominciò ad essere fabbricato un tipo di orologio da parete in ferro, con caratteristiche meccaniche molto simili a quello tipico della Foresta Nera, da cui però si differenzia per essere costruito completamente in metallo - ferro battuto, od ottone e ferro - anziché in legno e con minori ornamenti, presumibilmente per motivi economici. Nella maggior parte dei casi gli orologi venivano fabbricati su commissione per essere appesi sotto il portico delle case pi ricche; in altri, il fabbricante o i suoi figli se li caricavano in spalla a mo' di crascina (la "valigia" dei cramârs) ed andavano a venderli nel Veneto e nel Friuli. Parallelamente, in quest'epoca si registrò un calo delle migrazioni dal canale di San Canciano: evidentemente l'attività era già redditizia. Nel 1725 venne fondata la Fària (fabbrica) a nord dell'abitato di Pesariis, probabilmente in corrispondenza di un precedente casolare o mulino. La produzione si mantenne a livello artigianale, ma si cominciarono a costruire anche orologi da torre, naturalmente su commissione, dati mole e costo. Le prime attestazioni risalgono alla fine del XVIII sec.: nel 1789 Antonio Solari costruì e pose in opera l'orologio della torre comunale della città di Cherso, come da attestato della Podestaria di quella città riportato nel catalogo pubblicato dalla Solari nel 1906.
La riserva naturale "Foci dello Stella" comprende il delta del fiume Stella e la zona lagunare circostante; trattasi di un esteso e rigoglioso canneto intersecato da una tortuosa rete idrica che si protrae dolcemente in laguna. Il canneto è in effetti una costante e notevole espressione della riserva delle Foci dello Stella.
La riserva naturale "Valle Canal Novo" è costituita da una ex valle da pesca di circa 35 ettari, e da alcuni terreni seminativi di un'adiacente bonifica. La valle si presenta come un'area lagunare con specchi d'acqua, interdetta alla marea da argini perimetrali. L'aspetto prevalente è quello di una palude salmastra.
Riserva "Foci dello Stella" Uno degli ambienti peculiari e distintivi dell'intero comprensorio lagunare, dal notevole interesse naturalistico, è la Riserva naturale regionale "Foci dello Stella". Area già molto nota come Oasi avifaunistica di Marano Lagunare. La Riserva ha una superficie di 1.377 ettari che interessano il delta del fiume Stella e la fascia di Laguna circostante.
Il fiume, verso la fine del proprio percorso, scorre lento e sinuoso tra ali di cannuccia palustre. Il suggestivo paesaggio che ne deriva è un esteso e rigoglioso fragmiteto intersecato da una tortuosa rete idrica, che si, protende dolcemente nella laguna. Il canneto, biotopo un tempo diffuso nelle zone costiere alto-adriatiche, oggi invece alquanto raro e prezioso, è in effetti una costante e notevole espressione della riserva delle Foci dello Stella. Un ambiente ormai unico per naturalità ed estensione.
Motivo di elevato pregio naturalistico della laguna ed in particolare delle Foci dello Stella è l'eccezionale presenza avifaunistica. Numerosi sono infatti, per specie e quantità, gli uccelli che popolano ed animano tale ambiente palustre nelle diverse stagioni. Molti vi sostano durante le migrazioni, tanti vi trascorrono l'inverno ed altri ancora trovano qui l'habitat ideale perla nidificazione.
L'importanza ed il pregio internazionale delle Foci dello Stella sono stati ufficialmente sanciti nel 1979 con Decreto Ministeriale, che ha dichiarato l'area "zona umida di valore internazionale" quale habitat per gli uccelli acquatici ai sensi della convenzione di Ramsar.
La Riserva naturale delle Foci dello Stella è accessibile solo via acqua. La visita si svolge quindi necessariamente in barca.
Riserva "Valle Canal Novo" La valle (deriva dal latino vallum = argine), un tempo utilizzata per l'allevamento ittico, si presenta come un'area lagunare, con specchi d'acqua e barene (formazioni della laguna che solo eccezionalmente vengono sommerse dalle acque), interdetta alla marea da arginature perimetrali. Due chiuse consentono di regolare il livello idrico alI'interno collegando la valle con la laguna. La valle non riceve apporti d'acqua dolce dall'entroterra, ma solamente attraverso le precipitazioni meteoriche e tre pozzi artesiani.
La sud Halle, l'Aula sud nell'area del Battistero è stata finalmente ultimata in occasione della visita di Papa Ratzinger. All'interno della struttura, oltre allo splendido mosaico del Pavone, databile tra la fine del IV e la seconda metà del V secolo, è possibile ammirare anche alcuni sarcofagi del periodo tardo antico, provenienti da aree circostanti, e soprattutto i mosaici pavimentali risalenti al IV-V secolo, che presentano tracce visibili dell'incendio provocato dall'assedio di Attila. Anche quest'aula è stata incendiata e sul mosaico pavimentale, che è stato consolidato e restaurato ma che si trova in situ, ci sono ancora le tracce delle travi cadute sul pavimento. È una testimonianza storica importantissima per Aquileia che può essere considerata a tutti gli effetti la capitale del mosaico romano d'Occidente. Merita ricordare anche che nel pavimento della Sud Halle c'è ancora traccia delle prime inumazioni effettuate dopo che la stessa aula era stata distrutta. La struttura faceva parte di un complesso che racchiudeva sia a nord che a sud il Battistero, dove è stato temporaneamente esposto, su un piano inclinato appoggiato alla parete, un mosaico ritrovato all'interno del campanile e restaurato. Il Battistero che oggi vediamo isolato in realtà era racchiuso da ambienti accessori tra i quali anche la Sud Halle, l'aula a sud. A nord c'era invece un'altra aula, di cui sono rimasti solo pochi frammenti. Nell'area della Sud Halle è stata realizzata una struttura di protezione che consentirà la conservazione dei resti musivi mentre all'esterno è stato costruito un parallelepipedo con mattoni e pietra di Muggia. L'accesso alla passerella sopraelevata avviene dal Battistero attraverso la riapertura della porta massenziana meridionale. I visitatori potranno ammirare i resti musivi anche dall'esterno grazie a una grande vetrata a nord.
Pala d'altare lignea di Giovanni Martini (1527) Mortegliano
Alto circa 6 metri (515 centimetri, ai quali si aggiungono gli 86 della statua di San Paolo) e larga 3, 70 metri, l’altare di Mortegliano conta una sessantina di statue, distribuite su quattro piani. Realizzata in pioppo e tiglio, è assemblata quasi totalmente con incastri a coda di rondine, senza chiodature, con una tecnica raffinata solitamente riservata all’alta falegnameria o all’ebanisteria. Questa complessa “macchina” è considerata il capolavoro di Giovanni Martini e la più alta espressione della scultura lignea friulana. Vissuto tra il 1470 e il 1535, Giovanni apparteneva a una dinastia di artisti friulani di origine carnica: il padre Martino Mioni era pittore e indoratore, mentre lo zio Domenico da Tolmezzo era uno dei maggiori protagonisti del Quattrocento in regione. Tenevano bottega a Udine, in piazza San Cristoforo, dove il giovane apprese l’arte insieme con l’amico (e poi rivale) Pellegrino da San Daniele e dove la trasmise a Giovanni da Udine. Inizialmente si dedicò alla pittura, realizzando tra la fine del ‘400 e il primo decennio del ‘500 opere di pregio, alcune delle quali oggi conservate in musei di tutto il mondo: dal Correr di Venezia al Petit Palais di Avignone, dalla Walters Art Gallery di Baltimora all’Ermitage di Leningrado, dalla Pinacoteca Brera di Milano alla National Gallery di Londra. Notevoli anche i dipinti realizzati per il duomo di Udine e quello di Spilimbergo. In seguito alla morte del padre e dello zio, nel 1507, Giovanni dovette assumere la gestione della bottega: da allora abbandonò progressivamente il pennello, dedicandosi sempre più all’intaglio, dove raggiunse una rara perizia nell’uso di lacche, dorature, punzonature, applicazioni a pastiglia (rilievi in gesso stampato) e “pressbrokat” (un tipo di decorazione a rilievo che imitava il broccato e che ebbe grande diffusione nei paesi tedeschi). L’altare di Mortegliano venne iniziato nel 1523 e collocato nell’abside della chiesa di San Paolo tre anni dopo. Strutturato in modo da rappresentare l’epopea della Vergine, ripartita in quattro scene, dal basso verso l’alto. Le prime due si svolgono sulla terra e sono divise tra loro e dalle successive da due pavimenti; le altre avvengono in cielo, fuori del tempo e dello spazio, e sono tra loro distinte ma non separate: a collegarle sono gli angeli in volo e musicanti. La prima, allestita sopra una predella riccamente fregiata, descrive la scena della Pietà: Maria siede ai piedi della croce con il corpo deposto di Cristo sopra le ginocchia. Le stanno accanto Maria Maddalena, Giovanni (il figlio adottivo), le pie donne, Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. La seconda rappresenta l’ultimo istante della vita terrena di Maria, la Dormizione. La circondano i compagni dell’apostolato.Nella terza, l’Assunzione: l’anima della Madonna è accolta tra le braccia del Figlio, onorata dai teologi. Nella scena più elevata, infine, si realizza la sua Incoronazione, dove Maria è accolta in mezzo alle tre persone divine: Padre, Figlio e Spirito Santo. Si tratta di una narrazione dal profondo significato teologico, elaborata nel momento più acuto della polemica riformista, che propugna proprio l'eliminazione del culto della Vergine. Sarebbe, perciò, una specie di risposta in forma artistica alla dottrina luterana, realizzata con alcuni decenni di anticipo sulle disposizioni del Concilio di Trento. Sui fianchi dell’altare trovano posto gli altri santi cari alla devozione popolare, tra cui i quattro Padri della Chiesa; in alto sopra la cimasa campeggia il titolare della pieve San Paolo, mentre ai lati appaiono San Giorgio che uccide il drago e San Martino che dona il mantello al povero. Fortunatamente i vari tentativi non ebbero effetto, cosicché nel 1935 poté essere collocata nel nuovo duomo, nell’abside, in posizione sopraelevata dietro l’altare maggiore. Infine, dopo un paziente lavoro di restauro eseguito dai tecnici del Centro Regionale di Villa Manin, nel 1986 l’opera è stata definitivamente ricollocata nel duomo, in una cappella appositamente predisposta.
APRILE
Chiesa della Madonna del Carmine via Aquileia, Udine
Il convento e la chiesa si trovano lungo via Aquileia, ampia strada che fu inclusa nel XV sec. all'interno della cerchia muraria di Udine. Lungo di essa fanno bella mostra di se' numerosi palazzi nobiliari principalmente successivi al XVI sec. e si conclude con una delle poche porte urbane ancora esistenti a Udine affiancata da una massiccia torre in muratura. La chiesa, d’origine cinquecentesca, è ad unica navata e presenta un ricco altar maggiore in stile barocco. Notevole è il soffitto, con affreschi secenteschi di Giulio Cesare Begni recentemente restaurati. Nella cappella sinistra è stato ricomposto (nel 1930), il sarcofago del Beato Odorico Mattiussi da Pordenone (1265-1331), opera trecentesca su quattro colonne dello scultore veneziano Filippo de Sanctis. Il Beato Odorico, contemporaneo di Dante Alighieri, è chiamato “l’apostolo dei Cinesi”: in effetti, fu uno dei primi francescani missionari in Mongolia, in Cina, in India e nelle Filippine, ed è noto soprattutto per aver scritto un “Itinerario di viaggio”, racconto-relazione che ebbe molta fortuna. Attualmente è in corso il processo di canonizzazione.
Al seguente link potrete avere una vista dell'interno della chiesa:
Arca del Beato Odorico da Pordenone all'interno della chiesa
Qui di seguito troverete il video del restauro del ciclo di affreschi staccati in passato dalla chiesa di San Francesco a Udine e lì ricollocati, che illustrano la vita e le opere del Beato Odorico.